Cesare Terracina su Massimo Campi
[...] La pittura di Massimo Campi, raccolta nella materia sensibile al pulviscolo meridiano, focalizza angoli indefiniti di mondi conosciuti: luoghi della città in apparenza lontani dalla quotidianità comune nell’assenza di nuvole. Senza riflessi del cielo. Una silenziosa visione rasata e sintetica calcolata con il sestante pierfrancescano, in cui i tagli di immagine di solitudine cittadina si trasformano per un attimo nell’idea di una misura aurea del sociale. Difficile utopia; pervasa di sano malinconico realismo, che fugge dall’immediato contatto con i segni consumati del commercio, etichette sbiadite per vendere e smerciare.
Prevalentemente orizzontale e maturata in un dialogo con l’immagine, la sua pittura si distende come una velatura sicura e vibratile, persona o oggetto, insabbiati in una luce che dilava, definendo i margini inafferrabili come riflessi. Riferimenti di traccia che riconducono al taglio basso delle rette parallele di Hopper, all’attimo di strada colto nell’identità della sua sostanza vitale, respirata e raccolta nella struttura dell’apparenza del senso comune.
A Campi, architetto della memoria del quotidiano, non è sfuggita l’indicazione che Giorgio Morandi ha saputo infondere a quel nobile e complesso mestiere dell’arte che per tendenza emotiva ci incanta: ricercare l’essenza vitale delle cose costruite dall’uomo. Per questo il suo cammino attuale percorre la veduta cittadina, nell’ideale di ritrovare il verde e l’ossigeno vitale, desiderandolo come un miracolo inspiegabile.
Per attraversare la linea critica della Metafisica scarnificata di Sironi, nel miraggio urbano di energia impersonale, la veduta urbana di Campi si agglomera, attraendo l’invisibile paesaggio circostante nella luce che penetra come la rugiada sulle foglie, vellutando il timbro che si accende. Una veduta che raccoglie l’immediato passato industriale, sudicio e intonato al grigiore saturnino che cementa le periferie urbane. [...]l’osservatorio di Massimo Campi è nella postazione che dubita di una società incollata al rapporto di necessità, vera bella buona, radicata liquefazione sociale che viene a colmare il recipiente dell’indistinto, rivelando nella sua esteriorità il deterioramento estetico della vita vissuta.
Personaggi, i suoi, immersi in solitarie individuazioni di frammenti d’esistenza, margini d’immagine; Campi e la ”melanconia meridiana” un binomio poetico che si solidifica nella periferia a volte scomoda e impervia, che si scolora presto all’allungarsi delle ombre, luogo oracolare in cui si rivela come la pittura possa rendersi mezzo per interrogarsi sui rapporti dell’individuo con il sociale.
Ben radicato nel percorso di immagine che lo lega al sapere dell’arte e della tecnica pittorica, Massimo Campi ascolta la lingua visiva della quotidianità inquietante. Radicato nel terreno che circoscrive lo svelamento dell’apparentemente facile di ciò che guardando apparirebbe comunemente reale, svincola la sua ombra affidando alla nostra emozione la libertà di colloquiare con l’immagine dipinta.
Interpreti del nostro giudizio, nelle immagini pittoriche di Campi sarà necessario apprendere le sensazioni velate dalla vita di tutti i giorni in attesa di un evento naturale: svincolati protagonisti dilavati, posti nel bel mezzo di un mondo spento alimentato nel colore dell’arte.